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Premessa. Tengo a precisare che ho deciso di inserire queste pagine, solamente perchè mi è stato richiesto più volte via email, e tutto il materiale che trovate è stato preso direttamente dal web, dai siti www.asroma.it, e dal Sito più completo che c'è sulla Roma, che è www.asromaultras.it, di Lorenzo.


 

L'AS ROMA nasce nel 1927 per contrastare il "vento del nord". L'idea fu di Italo Foschi. L'allora dirigente della Fortitudo intuì che per portare lo scudetto nella capitale era necessario creare un grande club, magari unendo le forze di alcuni tra i diversi sodalizi nei quali si disperdeva il calcio romano. Così nel luglio del '27 venne costituita la nuova società, nata dalla fusione di Alba, Roman e Fortitudo (che a sua volta aveva assorbito la Pro Roma). I dirigenti decisero che i colori sarebbero stati il giallo e il rosso, gli stessi del Roman. Presidente fu nominato lo stesso Foschi.

 

U.S. ALBA

Allignava già, nelle squadre capitoline, il semi  professionismo, o il professionismo, anche se alcuni giocatori disdegnavano qualsiasi compenso in denaro, come Carpi.

Per inciso è da ricordare che le tre società fusesi nella Roma portarono "un bagaglio oneroso di debiti, ed un peso fortissimo per giocatori pagati sino allora profumatamente. Per gli stipendi l'Alba pagava oltre 35.000 lire al mese, la Fortitudo Pro Roma non meno di 20.000 ed il Roman 8.000". Il rilievo appare nella prima relazione sociale del marzo 1928, letta ai soci dall'avv. Piero F. Crostarosa. Il professionismo nel calcio, comunque, a Roma venne praticato, in misura più accentuata che da altri, da Umberto Farneti, proprietario della "Bottiglieria del Gambero", situata in via del Gambero, ad un passo da via del Corso, fra Piazza S. Silvestro e via Frattina.

La bottiglieria era un ritrovo di sportivi, richiamati oltre che dalla sede dell'Alba anche dalla cucina e dal vino genuino. Farneti, a causa di un difetto alla vista, era definito "er guercio". Di mole piuttosto considerevole, egli era il factotum dell'Alba e godeva di un certo prestigio nell'ambiente calcistico, non solo perchè la sua Alba era una buona squadra, ma anche perchè era un buon mediatore ed aveva un sistema molto pratico per convincere i giocatori delle altre compagini capitoline a passare alla squadra che dirigeva. Le sue prime operazioni di rastrellamento dei giocatori migliori si fanno risalire al campionato 1921/22, quando, tra l'altro, riuscì a far passare all'Alba il giocatore della Fortitudo Giovanni Degni. La contropartita fu l'apertura, per Degni, di una bottiglieria, i cui affari non prosperarono. Farneti, comunque, gliene aprì una seconda. Con Degni passarono all'Alba anche Corbyons e Alessandroni.

E' facile immaginare come fossero surriscaldati gli incontri - vere e proprie stracittadine - fra l'Alba e la Fortitudo (si badi: la stracittadina non era contro la Lazie).

 

F.C. ROMAN

Sostanzialmente diversa era l'ambiente e l'impostazione del F.C. Roman. Il Roman era un club d'élite - ora si direbbe "pariolino" - sostenuto da gente che poteva. Il sodalizio disponeva di un'organizzazione eccellente, di un proprio campo, di una sede ospitale. 

Il campo da gioco era il "Due Pini", posto esattamente dove, adesso, ci sono i campi da tennis del "Tennis Club Parioli". La sede, invece, che sarebbe poi diventata la sede della Roma, era in via Uffici del Vicario, in un edificio di proprietà della famiglia Crostarosa. Il Roman era collocato in una cornice aristocratica. Presagio interessante: i colori giallorossi (un rosso cupo che poteva avvicinarsi al marrone, con risvolti francamente gialli). La squadra era rispettabile ma non irresistibile.

 

S.S. FORTITUDO (poi S.S.F. Fortitudo Pro Roma)

La Fortitudo, prima della sua unione con la Pro Roma, aveva già una lunga tradizione di attaccamento alla pratica sportiva, ma a livello dilettantistico; fra i suoi atleti vi era un profondo legame, possedevano una carica morale ed una serietà agonistica esemplari.

La fondazione del sodalizio fu dovuta a fratel Damaso Cerquetti, dei Fratelli di N.S. della Misericordia, e risale al 1908; ma la continuità e la sua affermazione sono legate a fratel Porfirio Ciprari, una figura  di sacerdote, educatore e sportivo che ha lasciato un gradito ricordo, non solo nel rione Borgo, ma in tutta Roma. L'origine del calcio romano organizzato è da far coincidere con la nascita della Fortitudo, una squadra che giocava sui campi dei "Daini" dell' "Olmo", della "Madonna del Riposo". Quest'ultimo, anzi era il campo su cui giocava prima della fusione. Il suo stato maggiore fu composto per parecchi anni da religiosi. Non può sorprendere che i rossoblu della Fortitudo e i loro frati fossero vittime di invettive sanguinose in un clima ardente, quando ogni partita era un derby. Ma i frati non deflettevano e la Fortitudo visse stagioni di gloria, lanciando giocatori di prim'ordine; su tutti basterà citare Attilio Ferraris, l'idolo di Borgo Pio, che quando la Roma nacque aveva già indossato la maglia azzurra.

 

Italo Foschi, che non era nato a Roma, ma che romano si sentiva, e che era passato al fascismo dalle camicie azzurre dei nazionalisti, desiderava che la città fosse, anche calcisticamente, non inferiore alle altre e, possibilmente, ad un gradino superiore.

Nell'inverno 1926/27, in casa Foschi, in via Forlì, si cominciò a tessere la tela giallorossa, già con una trama precisa nella mente del suo ideatore, il quale, tra l'altro, era un uomo asciutto, di statura modesta, con gli occhiali "pince-nez" e l'immancabile sigaretta.
ItaloFoschi fu un gerarca pulito, ed è ricordato per la sua capacità organizzativa. Ma è anche stato il primo tifoso giallorosso, oltre che primo presidente. Morì, colpito da una sincope, allo stadio, al Flaminio, nell'attimo in cui la radio comunicava che la sua Roma perdeva 2-0 a Genova, contro la Sampdoria. Era il 20 marzo 1949. Non si era ancora concluso il periodo dell'epurazione; c'era ancora un clima di caccia alle streghe. E ai suoi funerali c'erano dodici persone.

Alle riunioni per far convergere nell'alveo calcistico capitolino propugnato da Foschi tutte le società che vi presero parte parteciparono:
l'On.le Ulisse Igliori, presidente dell'Alba; l'Avv. Vittorio Scialoja, presidente del Roman; il marchese Giovanni Sacchetti, presidente della FortitudoPro Roma. Tutti nomi che si ritrovano, nell'atto della costituzione, nel primo direttivo dell'A.S. Roma.

ItaloFoschi, ormai decisa la costituzione della nuova associazione sportiva, alla quale era stato dato il nome di Roma e assegnati i colori del Roman, cioè il giallo e il rosso, e che rappresentavano i colori del gonfalone del Campidoglio, convocò anche la Lazio. Tuttavia, sapendo le ragioni della convocazione, i dirigenti della Lazio, su proposta del console Giorgio Vaccaro (quando il nome svela le origini!), indirono un'assemblea dei soci biancocelesti, nel corso della quale venne eletto presidente il generale Ettore Varini e vice presidente il console Vaccaro (giugno 1927). La mossa fu politica: Varini e Vaccaro (uno comandante e l'altro capo di S.M. della Milizia) sfruttarono il latente dissidio fra gerarchi e milizia e ottennero di restare esclusi, non supponendo, certamente, che sarebbe nato, col loro dissenso, uno dei motivi predominanti della tifoseria romana: la divisione tra romanisti e laziali. L'operazione Foschi comunque era andata in porto. La sede dell'A.S. Roma veniva stabilita in via Uffici del Vicario n. 35.

 

La Fusione fra queste 3 squadre, si rivelò subito vincente. La Roma, infatti, nella stagione '27-28 si aggiudicò il primo titolo: la Coppa Coni (antenata della Coppa Italia) ai danni del Modena. L'uomo più rappresentativo di quella formazione era Attilio Ferraris, nativo di Borgo Pio, che già indossava la maglia della nazionale ed era destinato a diventare campione del mondo. Dalla stagione '28-29 al gruppo si unì anche un mito del calcio romano, Fulvio Bernardini, faro della squadra per undici stagioni.

Tempio della manifestazione dell'orgoglio giallorosso fu, in quella fase pioneristica, il glorioso Stadio di Testaccio. Qui la Roma giocò dal '29 al '40. Costruito da Silvio Sensi, padre dell'attuale presidente, era sistematicamente preso d'assalto dai tifosi che per anni hanno continuato a considerarlo la vera casa dell'AS Roma. La parabola di questo mitico stadio fu aperta e chiusa da due vittorie romaniste, entrambe per 2-1, su Brescia e Livorno. Appena un mese dopo il trasferimento al campo di Testaccio, un altro avvenimento fondamentale segnò la storia della Roma: il primo derby capitolino contro la Lazio. La lunga serie di stracittadine fu inaugurata dall'incontro disputato nel campo della Rondinella, posto alle pendici di Villa Glori. Quel giorno nove spettatori su dieci sventolavano bandiere della Roma. Non rimasero delusi: decise una rete di Volk, detto "sciabbolone".
Negli anni '30 cominciano anche le grandi sfide contro la Juventus. Storica quella del '31 quando i bianconeri, destinati a vincere cinque scudetti consecutivi, furono umiliati al Testaccio per 5-0!

 

Dopo un decennio di piazzamenti più o meno buoni, finalmente arrivò il primo trionfo importante: lo scudetto. Allenata dall'austro-ungherese Schaffer, la Roma si impose un po' a sorpresa grazie ad un gran finale. Squadra matura quella che si aggiudicò il campionato. Difesa affidabile ed esperta guidata dall'ottimo portiere Masetti. Quindi grande velocità e contropiede. Ma soprattutto i gol di Amedeo Amadei, la vera stella della formazione, in gol 18 volte. Nativo di Frascati, l'attaccante era cresciuto nel vivaio giallorosso e si era affermato nell'Atalanta. Tornato a Roma, fu sistemato da Schaffer al centro dell'attacco, ripagando la fiducia a suon di gol. Era la prima volta che una squadra del centro-sud si aggiudicava il titolo nazionale.

Al primo trionfo seguirono anni bui. La Roma, più di altre società, patì le conseguenze della guerra, ritrovandosi senza soldi e, quindi, giocatori. Ne derivarono alcuni campionati scadenti, culminati con la retrocessione della stagione 1950-51. Tornati prontamente in A sotto la guida di Gipo Viani, i giallorossi andarono incontro ad un decennio interlocutorio il cui risultato migliore fu il secondo posto del 1954-55.

All'inizio degli anni '60 doveva essere l'Europa a restituire nuovi entusiasmi al popolo romanista. Nel 1960-61, infatti, arrivò il primo ed unico successo internazionale. La Roma approdò alla finale della Coppa delle Fiere dopo aver superato, di seguito, Union St.Gilloise (0-0, 4-1), Colonia (2-0, 0-2, 4-1) e Hibernian (2-2, 3-3, 6-0). L'ultimo atto vedeva la formazione della capitale opposta agli inglesi del Birmingham. Già in trasferta la Roma sfiorò la vittoria, ma la doppietta di Manfredini fu neutralizzata dalle reti inglesi di Hellawell e Orritt. All'Olimpico, però, non ci fu storia. Con Carniglia in panchina, la Roma risolse la pratica già nel primo tempo grazie all'autorete di Farmer e al gol di Petrin. Grande protagonista di quella cavalcata il bomber Manfredini, detto "piedone", che mise a segno complessivamente dodici reti.

 

Gli anni '60 regalarono diverse soddisfazioni ai tifosi giallorossi. Arrivarono due Coppe Italia ('64 e '69) ma soprattutto vestirono la maglia della Roma giocatori del calibro di Lojacono, Schiaffino, Angelillo, Losi e "Picchio" De Sisti. Rimase nella memoria la vittoria della Coppa Italia del '69, giunta sotto la presidenza di Alvaro Marchini e la guida tecnica del "mago" Helenio Herrera. Tra gli autori di quella impresa, "Ciccio" Cordova e Fabio Capello, destinato a tornare alla Roma, molti anni dopo, come allenatore. Una stagione ricca di ricordi, dunque, uno dei quali, molto triste, è legato a Giuliano Taccola, morto negli spogliatoi di Cagliari in una tragica domenica di marzo.

 

Gli anni '70 furono caratterizzati dalla presidenza di Gaetano Anzalone che ebbe una felice intuizione: quella di portare a Roma Nils Liedholm. Il merito del "barone", nella sua prima esperienza romana, fu soprattutto quello di valorizzare giovani campioni come Rocca e Di Bartolomei. Non mancò anche un ottimo piazzamento, il terzo posto del 1974-75.

Nell'estate del '79 la Roma visse una svolta storica. Diventava presidente della Roma Dino Viola, l'uomo che avrebbe portato stabilmente la squadra romana del gotha del calcio italiano. Ironico, tenace, poco propenso a tollerare lo strapotere delle tradizionali potenze del calcio, portò la Roma al suo secondo scudetto e la rese protagonista di indimenticabili duelli contro la Juventus del "nemico" Boniperti.
La prima stagione dimostrò subito che l'aria era cambiata. Riportato a Roma Liedholm, Viola centrò subito un successo: la Coppa Italia ai danni del Torino. Inoltre si imposero giovani emergenti come Bruno Conti e Ancelotti, mentre Pruzzo confermava le sue qualità di bomber.


Nel 1980-81 ebbe inizio il duello infinito contro la Juventus. A fine stagione la spuntarono i bianconeri ma sulla vittoria, ancora oggi dopo tanti anni, pesa il celeberrimo gol di Turone, ingiustamente annullato nello scontro diretto di Torino. In compenso la Roma bissò il successo in Coppa Italia e azzeccò forse il miglior acquisto della sua storia: Paulo Roberto Falcao.

Nel campionato successivo i giallorossi persero un po' di smalto, penalizzati da infortuni a raffica, soprattutto quello di Ancelotti. Ma nel 1982-83 arrivò il tanto sospirato trionfo. Con un gol di Pruzzo, che fruttò il pareggio a Genova, la Roma era matematicamente campione d'Italia.  Il collettivo assemblato da Liedholm era una macchina perfetta. Difesa granitica con pilastri insuperabili come Tancredi, Vierchowod, Nela e Maldera; centrocampo formidabile dove agivano Di Bartolomei, Falcao, Ancelotti e Prohaska; attacco esplosivo col bomber Pruzzo e Bruno Conti ad imperversare sulla fascia. Roma era in delirio per una straordinaria vittoria e Antonello Venditti, stimolato da un'incredibile atmosfera, componeva una splendida canzone destinata a diventare l'inno romanista per eccellenza.

Quella successiva passò alla storia come la stagione delle grandi sconfitte.La Juventus vinse il titolo con appena due punti di vantaggio sulla Roma. Ma per il popolo giallorosso l'avvenimento più doloroso rimane la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool. La Roma aveva tutto per vincere. La squadra era molto forte, ma soprattutto il caso le offriva un'occasione irripetibile: la possibilità di disputare la finale all'Olimpico. La vittoria della Roma sembrava scritta. Oltre tutto, il cammino dei ragazzi di Liedholm sembrava inarrestabile. Goteborg, CSKA Sofia, Dinamo Berlino e Dundee United furono spazzati via senza troppi problemi. Poi, giunto il grande giorno, tutta una città era lì a fare il tifo per la Roma. Il Liverpool, invece, si tolse il gusto di infliggere alla marea giallorossa la più grande delle beffe. Gli inglesi imbrigliarono i giallorossi che riuscirono a rispondere al gol di Neil solo con la zuccata di Pruzzo.Poi ad incantare i rigoristi della Roma ci pensò il clown Bruce Grobbelaar. Quella notte tutta Roma si sciolse in lacrime.
La stagione si concluse con la conquista dell'ennesima Coppa Italia: un successo che proprio nessuno aveva voglia di festeggiare.

La sconfitta dell'Olimpico in Coppa dei Campioni segnò il lento declino dell'era Viola. Si ebbe un sussulto nel 1985-86 con Sven Goran Eriksson in panchina. Il Lecce, però, si rese protagonista dell'altra storica sconfitta della Roma: quella che interruppe una rimonta che sembrava inarrestabile e che avrebbe schiantato la resistenza della solita Juventus.

Ancora una volta, la conquista della sesta Coppa Italia fu consolazione troppo magra.
Gli anni che seguirono segnarono altri vani tentativi di tornare agli antichi splendori. Viola richiamò ancora Liedholm ma stavolta l'incantesimo sembrava finito. A farne le spese, oltre ai tifosi, uno dei migliori talenti espressi dal vivaio giallorosso: Giuseppe Giannini. Cresciuto all'ombra degli eroi di Liedholm, raggiunse la maturità in un periodo poco felice per la Roma e anche in Nazionale fu costretto a patire la clamorosa delusione di Italia '90.

Nell'anno della scomparsa di Viola, il '91, la squadra sembrò avere un sussulto. Raggiunse la finale di Coppa UEFA assieme all'Inter ma, sotto la guida di Ottavio Bianchi, collezionò l'ennesima delusione: sconfitta a Milano per 0-2, rispose all'Olimpico solo con una rete di Rizzitelli. Anche in Supercoppa di Lega non andò meglio: altra sconfitta contro la Sampdoria (0-1). Unico successo, manco a dirlo, la Coppa Italia.

 

Il testimone di Dino Viola venne preso da Ciarrapico che, però, rimase solo fino al 1992-93, con risultati peraltro mediocri. Un periodo di interregno, dunque, che aprì le porte ad una nuova svolta storica: la presidenza di Franco Sensi.

La Roma venne restituita ai romani veraci. Il presidente, tifoso storico, chiamò alla guida della squadra un romano di Trastevere: Carlo Mazzone. I risultati, però, furono scarsi e la gestione del tecnico capitolino si distinse soprattutto per la valorizzazione di quello che è forse il più grande prodotto del vivaio della Roma: Francesco Totti.

Dopo una stagione interlocutoria, segnata dall'esperimento Carlos Bianchi, il presidente Sensi si affidò ad un tecnico innovativo quanto discusso: Zdenek Zeman. La gestione del tecnico boemo vide l'arrivo di giocatori fondamentali quali Cafu e Candela, l'affermazione di Tommasi e Delvecchio, nonché la definitiva consacrazione di Francesco Totti. Ancora una volta, però, niente vittorie.

 

Nella stagione 1999-00 la svolta. I tifosi della Roma, a secco da troppo tempo, chiedevano vittorie e il presidente Sensi decise di affidarsi al tecnico vincente per eccellenza: Fabio Capello.

Questi conosceva bene l'ambiente ed era pronto a trasferire nel club giallorosso la sua collaudata impostazione manageriale. Sensi lo assecondò mettendogli a disposizione un gruppo di giocatori di livello assoluto. Arrivarono, tra gli altri, Montella e Nakata.Sembrò subito l'anno buono. La Roma segnava e vinceva e restò a lungo nel gruppo delle prime. Nella parte finale della stagione, però, un vistoso calo le fece perdere terreno fino a scivolare al sesto posto finale. Un epilogo reso ancora più amaro dalla vittoria del titolo fatta registrare dai cugini della Lazio.

Ma Capello non è tecnico abituato ad aspettare troppo per vincere. Così la stagione 2000-01 si risolveva in una galoppata inarrestabile. La Roma ha dominato gli avversari dall'inizio alla fine, rimanendo sempre padrona del campionato. Ad insidiarla c'era solo la Juventus di Ancelotti che, però, ha dovuto arrendersi di fronte ad una superiorità indiscutibile: la Roma ha vinto facendo registrare il record di punti per campionati a 18 squadre, ben 75. Tra i protagonisti Batistuta, autore di una stagione esplosiva con 20 reti all'attivo, Montella che entrava a partita in corsa e segnava gol decisivi e Totti, vero fuoriclasse e leader della formazione. Era il terzo trionfo e un mare giallorosso si raccoglieva al Circo Massimo per una festa destinata a durare settimane.

La vittoria dello scudetto ha contribuito a far entrare stabilmente la Roma nell'élite del calcio italiano.

 

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