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Pubblicata in data 25/7/2005
“Allora passo alle 10, va bene?”
“siiii!!!”
Questo è l’inizio.
Era un mese piuttosto piovoso, verso la fine del 1982…o l’inizio dell’83, non ricordo bene, avevo dieci anni.
Sono nato il 22 gennaio del ’73, a Roma, da madre sarda e padre…ebbene si, laziale.
Il destino mi guardava male, direte voi, ed in effetti il rischio di degenerare in biancazzurro c’è stato, e neanche poco.
Avevo, buon’anima, un mezzo parente romano-romanista, di quelli antichi, di quelli che diceva “venghi”, “sorti”, “me so’ magnato na percoca”…insomma: uno vero.
Il fato mi ha sorriso e, grazie al fatto che l’influenza di questo quasi parente era rilevante…be’ eccomi qui, lupacchiotto con tanto di certificato!
Ma, dicevo, era un mese piovoso.
Già. Quella giornata, quella domenica, sembrava fatta apposta per rimanere sotto le coperte, a giocare, a dormire, a sognare…
Invece quest’altro zio (ce n’è sempre uno che ti paga i primi biglietti per lo stadio, le prime sigarette, i primi cinema vietati ai minori…), be’, questo zio mi venne a prendere alle dieci di mattina per quella che doveva essere la prima partita della mia vita.
Ricordo di quanta roba mia madre mi mise addosso: magliette, maglioni, calzini doppi, e tutto quello che un bambino inconsapevole può sopportare. Anche un po’ di più.
Mi sentivo un soldato che parte per il fronte, un esploratore di antri oscuri, un bandito imbacuccato che si avventura…si, ero molto fantasioso. Anche adesso, veramente…
Un viaggio: da Villa Gordiani fino all’Olimpico, la pioggia, il freddo, l’emozione. L’aria dei giorni di festa, ma senza la festa che t’aspetti, un’altra, forse; non lo sapevo ancora.
Una sciarpa che mia nonna aveva fatto, di lana pesante, maglie larghissime, giallorossa da fare male agli occhi: bellissima, la pioggia la faceva diventare densa come olio, sulle spalle, e lunga, lunga come un nastro infinito.
Era stupendo tutto quel pensare a come sarebbe stato. E a non saperlo.
Quando fummo nel parcheggio, davanti allo stadio, il cuore divenne un motore, impazzito: i cori da dentro, i colori che spuntavano dai margini di quel colosso bianco, le auto rumorose…
La mano di mio zio teneva la mia, piccola, ma io sentivo tutto quel movimento, fuori, dentro, intorno, come se nessuno, tranne me e il suono del resto, fosse presente.
Entrare fu un sogno.
Le scale ripide non facevano vedere quello che succedeva nello stadio. Poi, all’improvviso: tutto.
Non descrivo le sensazioni che vissi, non racconto la partita, non scrivo le emozioni.
Impossibile.
Falcao, Iorio, Altobelli. Tutto qui.
E poi a casa, senza voce e senza più sudore da sudare.
E mio padre, il laziale, che mi aspetta e, col sorriso più bello del mondo…: “allora avete vinto?”
Alessandro Galli
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