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Pubblicata in data 28/7/2005
Dicono che nella vita hanno una parte fondamentale quelle che si considerano “sconfitte”.
Sarà…
Quando mi accorsi di quanto fosse stato straordinario lo scudetto del 1983 erano già passati vari anni.
Succedeva sempre che qualche squadra con la maglia a strisce si aggiudicasse il campionato, magari con le parentesi di altre compagini che, per fortuna od impegno, riuscivano nell’epica impresa.
Gioivo, ormai, per le sconfitte altrui, fermo restando l’amore passionale, quasi selvaggio, per la mia Roma.
Ma c’era astato un momento nel quale tutta l’Italia aveva tenuto il fiato per quella squadra coi colori più belli, che, quell’anno, parlo del campionato 85-86, volavano sui campi guidati da chissà quale dio del vento.
Ricordo uno svedese in panchina, un altro, dopo il “barone”, un polacco in campo, ex juventino ma verace come un ragazzo di Testaccio, un brasiliano dinoccolato e scuro, che si diceva non avesse mai portato gli scarpini e che, per questo, ogni tanto inciampava…
Poi Graziani, Gerolin, Desideri… Ricordo un Pisa-Roma 2 a 4 che ci portò alla rimonta di ben 9 punti sui bianconeri, e poi…ma aspettiamo un attimo.
Quella Roma vinceva a Milano con il Milan e a Roma con la Juventus, era una macchina che mi metteva addosso la voglia di non lasciare mai nel cassetto la sciarpa, sempre quella, di lana grossa, regalo di nonna…
Quella era una Roma che ti lasciava basito quando sbagliava due rigori contro l’Inter (Cerezo entrambi) e riusciva a vincere ugualmente 3 a 1, mentre la Curva Sud urlava il nome di Toninho senza perdere mai la voce…
Quella era la Roma delle scenografie maestose e inimitabili, dell’Olimpico ancora scoperto e solare e dei cinque gol di Pruzzo all’Avellino…
E poi…poi finì anche quella stagione, anche allora secondi dietro ad una maglia a strisce…l’ultima la perdemmo a Como senza combattere nemmeno più.
Dopo una rimonta da primato facemmo un capitombolo senza neanche mettere le mani avanti.
Giocavo sulla rampa dei garage, insieme a qualche amichetto, quella ormai famosa domenica, ed al gol di Graziani avevo già lo scudetto disegnato a pelle, convinto, ancora, che se non c’era stato un altro tricolore dal vicino, allora, 1983, era stato solo per dare un po’ di gloria agli altri…
La partita finì 3 a 2 per i giallorossi sbagliati, non c’è bisogno di dare più elementi, vero?
E il ricordo che mi è salito alla gola è quello della partitella che stavo giocando io, ormai spento, ma che portai a termine, grattugiandomi le ginocchia sull’asfalto, e asciugandomi il sudore che, via via che lo scudetto volava verso Torino, diventava sempre più simile a lacrime…
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