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Numero 7 - Il ragazzo di Bari Vecchia
Pubblicata in data 14/9/2005

Leggo di un ragazzo che sembra non volerne sentire si mettere una firma, neanche fosse un assegno od una cambiale!

Ma, ditemi, qualcuno c’ha capito qualcosa? Io, più che capire, mi sono fatto delle domande.

Non voglio fare lo psicologo, per mancanza di mezzi e perché, in effetti, non mi interessa farlo ma, e qui c’è il ma, per avere un’idea di quello che succede ad una persona, dentro la sua testa ancora prima che nel suo portafogli, bisogna guardarla da lontano, come quando si vuol fare una foto ad un monumento. Se gli stai troppo vicino non vedi.

Ed allora mi allontano, ed ancora, fino a vederlo bambino in un quartiere non troppo tranquillo, diciamo così, in realtà senza quella spinta creativa e propulsiva che, in tenera età, arriva, e non potrebbe essere altrimenti, dai genitori.

Mi ricordo che ogni cosa che facessi, da piccolo, veniva, comunque, valutata dai miei, fossero anche e soltanto i giochi, nello sgabuzzino, con davanti uno scatolone pieno di biglie di vetro.
Non è che un genitore quantifichi le qualità del figlio amato in ogni istante, ma è così, ti guardano, approvano, disapprovano, indirizzano, senza nemmeno rendersi conto che stanno formando il carattere di quell’esserino rannicchiato tra le automobili giocattolo e le figurine dei calciatori.

Torniamo a quel quartiere: c’è stato qualcuno che ha detto, a quel famoso ragazzo, “questo non si fa” o, ancora, “questo è bene”?
La risposta è sotto gli occhi di chiunque sappia leggere tra le righe.

Quando si cresce con tali mancanze, il risultato è che si cerca quella saggezza che solo un padre ed una madre possono avere, in altri che si incrociano, come a dire “aiutami a darmi una regolata!”, anche se non è così chiaro nemmeno per chi, quell’aiuto, lo chiede.

Così si arriva ad un certo punto nel quale si incontra un tipo autoritario, come un padre, intransigente, come un padre severo, deciso, come un padre che sa quello che vuole, e ci si innamora di quei limiti che ti vengono imposti, limiti buoni, se vogliamo, limiti che servono a farti capire che non sei il padrone della ferrovia, ma, se va bene, un educato ferroviere.
Quella persona ti cura e ti coccola, ma, se fai una boiata ti rimprovera, ti fa capire che così non si fa.

Poi, ad un certo punto, quella persona va via, dalla sera alla mattina (magari va a Torino…), e tu ci rimani male, ti senti perso, come se fosse lui quel padre che t’è mancato, quello sguardo importante che non t’ha visto crescere. E ti arrabbi, ridiventi come il bambino che eri, lagnoso, nervoso; vuoi andare anche tu, magari da lui, se puoi, e se non puoi vorresti scappare o farti mandar via (magari a parametro zero…).
Ogni tanto ti ricordi che non sei più bambino e rientri in quello che pensi sia un comportamento da adulto. Ogni tanto. Ma la sostanza non cambia. Cercherai tu, e lui, il ragazzo di quel quartiere non troppo tranquillo, sempre quei limiti, quegli schiaffi che non hai avuto da bambino, per poter capire, ma, anche, per poter ripartire proprio da lì.

E fa bene chi te li da, quegli schiaffi, ma solo se è consapevole di trattare con questo genere di persona, altrimenti tornerà, e torneremo, al punto di partenza entro un anno.

Per ora un saluto a quel ragazzo. Ed un sorriso.
In fondo i bambini non sono cattivi, tutt’al più vivaci…

Alessandro Galli

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