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Ricordo. Una maglietta rosso scuro, forse in tv sfuggivano i particolari, tanto più che il televisore era in bianco e nero (già allora questi due colori non mi stavano simpatici…).
Il colletto a “V”, arancio, ed un lupo, a destra, che non ho mai capito se sorrideva o si preparava a colpire.
Ricordo. Una scritta bianca, sul petto. Una marca di pasta.
Ecco, questa era la maglia della mia Roma!
Non c’erano lustrini ne' effetti cangianti, non c’erano colori sconosciuti alla tradizione.
E non c’erano scudetti da quarant’anni.
Ho cominciato ad amare la Roma da piccolo, nonostante un padre di comprovata fede biancoazzurra, una madre sarda filo-laziale e, poi, un fratello con gli stessi “problemi”…
Insomma, un’infanzia sulle barricate.
Nell’anno di grazia 1982 , avevo nove primavere, presi la prima volte a calci un pallone, intendo dire che per la prima volta riuscii a non mandarlo tanto lontano da non vederlo più.
Quell’estate, sembrava fatto apposta, c’era il mondiale di Spagna.
E solo un nome era nelle mie orecchie: Marazico. Bruno Conti.
Al caldo di una casa di un paesino sperduto dell’entroterra campidanese, stavamo seduti, io, mio fratello, mia cugina, ascoltando un inno nazionale che metteva i brividi, tanti rumori, in quella bolgia che erano gli stadi iberici, e intuendo i movimenti nervosi dei giocatori passati in rassegna dalle telecamere.
Ad un certo punto l’operatore faceva un passo indietro, abbassava l’obiettivo e, da sotto, spuntava la testa capelluta di “Brunetto”. Non sapevo nulla, allora, eppure un’emozione mi arrivava dritta dalla base della schiena alla punta della testa…allora non ero ancora pelato (sic).
Poi le corse in giardino, le mie, insieme alle sue trasvolate sulla fascia.
Il primo gol di quel mondiale fu suo. Il 18 giugno, al diciannovesimo, dopo due zero a zero che mettevano i brividi per la qualificazione.
Io stavo lì a patire per uno sport che ancora non conoscevo ma che già mi lasciava urlare, con sommo dispiacere del mio zio materno, abituato al silenzio religioso di quei posti pieni di sole e di persone che parlano poco.
Quanti salti sulla sedia, vedendo “Marazico” che si involava, dribblava, crossava, con la semplicità che gli altri non riuscivano a mettere nemmeno nelle rimesse laterali.
Finì il mondiale, l’estate, la vacanza, ed io mi ritrovai quel furetto in maglia giallorossa, e fui felice di avere dalla mia parte l’uomo più grande che aveva, per me, calpestato l’erba dei campi di calcio!
Quell’anno si vinse, non c’è bisogno di ricordarlo ma lo faccio con piacere, e si vinse giocando con un mostro di velocità ed agilità. Un numero 7 che ancora non ha smesso di farmi venire i brividi. Oggi.
Quanto tempo!, mi dico, seguendo le notizie di difficoltà finanziarie, ragazzi miliardari che fanno i capricci, blocchi di mercato e poi parole, tante, troppe parole, mentre sul verde dell’Olimpico di cose belle se ne vedono poche.
Quell’anno si vinse, dicevo, e Bruno segnò, anche…due alla Fiorentina di Antognoni ed uno al Torino di Selvaggi, Hernandez, Galbiati…l’ultima giornata, quella che allo stadio divenne una festa esplosiva.
Bruno Conti lasciava la scia di applausi quando partiva, il fiato si fermava mentre gli avversari cercavano di capire cosa stesse succedendo. Era un campione. Lo è ancora.
Quando, l’anno passato, l’ho visto sulla panchina, con la giacca e la cravatta societarie ho avuto un colpo al cuore. Rivedere la mano che sposta il ciuffo, il sorriso pieno di un tifoso con gli scarpini, l’esultanza a Firenze per un passaggio alle semifinali di Coppa Italia. È un sogno, mi dicevo.
Purtroppo lo era davvero, e risvegliarsi è stato doloroso.
Preferisco ricordare per ora, magari, tra qualche anno, racconterò ai miei figli che un altro Marazico affiancherà Brunetto nei miei ricordi…
Però: chi me lo toglie dalla testa che di giocatori buoni ce ne sono abbastanza, di campioni pochi...ma di Bruno Conti ce n’è uno solo?
 
Alessandro Galli
 

  

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