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Quando penso alle vicende della Roma mi vengono in mente le bandiere, i cori, i muretti del parco dove appoggiavo giubbotto e radiolina, la domenica, e mi mettevo a scalciare, in un campo in pendenza, che aveva un pino gigantesco proprio davanti ad una delle due “porte”…
Quegli erano gli anni nei quali ogni gol era una festa ed ogni sconfitta una tragedia; gli anni massacrati da partitelle su tutte le superfici possibile, dalla terra all’asfalto, passando per ghiaia e cemento…
Allora non è che si badasse molto al fatto che le misure del campo fossero regolamentari, che il pallone fosse di cuoio o che le magliette di tutta la squadra si assomigliassero.
In quegli anni volevo diventare come Falcao.
Mi ero disegnato un 5 sulla maglietta che avevo vinto con una marca di biscotti che non so più nemmeno se esiste ancora. Giallo limone e rosso impossibile.
Nulla a che vedere con la maglia vera.
Ma per me era quella del “Divino”
Dopo lo scudetto dell’83 ero diventato un fanatico di quel giocatore così imponente, elegante e sobrio. Testa alta, sguardo all’infinito…sembrava un samurai, piuttosto!
Ed io mi immaginavo mentre, nello Stadio Olimpico traboccante, facevo il passaggio del secolo che il brasiliano insaccava di piatto…eh…che tempi!
Poi mi ritrovavo a ciccare il più facile dei palloni ed andare lungo, in terra, come un sacco di patate…
Falcao me lo ricordo riccio e serio, voce roca ed accento sinuoso, poi in campo… e lì mi perdo nella nostalgia di un calcio che non c’è (già) più. Sono passati vent’anni (sic) e sembrano mille.
I giocatori senza nome sulle spalle, che li riconoscevi dal passo, dal numero, anche se non era personale, come oggi.
Ma, già da allora, il 5 era lui. Regista di un film che durava una stagione, sempre pronto a trovare il compagno libero, la fascia sgombra, il punto preciso dove recapitare la palla.
Una volta mio padre, che curava la manutenzione delle TV di un noto albergo romano, lo incontrò.
Me lo descrisse nobile d’aspetto e simpatico, in fin dei conti, nonostante fosse romanista…ricordo sempre che papà è un aquilotto di quelli doc!
Tornò a casa con un foglio a quadretti con su scritto: “ad Alessandro con affetto. Falcao”.
Rimasi senza fiato davanti a quella firma.
E, ancora oggi, se penso all’ottavo re di Roma, mi viene in mente tanto: i gol, gli assist, l’esultanza dopo il gol al Pisa nell’83, i mondiali in Spagna…ma è quel pezzetto di carta che mi porta a quei tempi, a quelle giornate passate aspettando il fischio finale di un arbitro che aveva ancora la giacca nera, e il grido incessante di una curva che lasciava ai giocatori la voglia di non smettere mai di correre.
 
Alessandro Galli
 

  

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